Corte dei Conti: Evasione Iva e Irap a 46 miliardi l'anno, ed è solo una piccola parte

Le conclusioni della Corte

 

L'evasione, misurata attraverso la “propensione a non dichiarare” l’IVA, evidenzia un  sostanziale ridimensionamento: la quota di gettito potenziale sottratto all’Erario, dopo avere toccato punte prossime al 40 per cento fino alla metà degli anni novanta, dieci anni dopo risulta scesa al di sotto del 30 per cento.

Riferita alle tre annualità più recenti (media 2007-2009), l’evasione fiscale resta una piaga pesante per il sistema tributario e per l’economia del nostro paese. Il tasso di evasione (che, pudicamente, l’Agenzia definisce “propensione a non dichiarare”) è stato stimato in misura pari al 29,3 per cento nel caso dell’IVA e al 19,4 per cento per l’IRAP, risolvendosi in un vuoto di gettito di oltre 46 miliardi all’anno

Ttrovano conferma le conclusioni cui sono pervenute diversi studi e le evidenze che emergono dall’attività di controllo della stessa amministrazione finanziaria. A livello territoriale, il Sud e le Isole si presentano come le aree a più alto tasso di evasione (40,1 per cento per l’IVA e 29,4 per cento per l’IRAP), a fronte di una “devianza” pressoché dimezzata nel nord del Paese. Le differenze si invertono, se invece si guarda ai valori assoluti: il grosso dell’evasione si concentra nelle aree (Nord Ovest e Nord Est) in cui si realizza la quota più rilevante del volume d’affari e del reddito del nostro paese. La distribuzione per settori economici conferma, a sua volta, l’elevata propensione ad evadere in Agricoltura e nel Terziario privato, con un tasso compreso fra tre e cinque volte quello calcolato per l’industria in senso stretto.

I risultati cui perviene l’Agenzia delle Entrate sono riferiti solo a un segmento del nostro sistema tributario: due sole imposte che, con poco più di 150 miliardi, spiegano appena un quinto delle entrate complessive registrate dalla pubblica amministrazione. E nell’ampia area che resta fuori dalle stime dell’Agenzia si collocano forme di prelievo (IRPEF, IRES, altre imposte sugli affari, contributi previdenziali) che lasciano presumere tassi di evasione non molto dissimili da quelli rilevati per l’IVA e l’IRAP.
Le dimensioni del complessivo fenomeno evasivo restano dunque rilevanti e ci collocano ai primissimi posti nella graduatoria internazionale, come testimoniato da analisi che la Corte ha avuto già modo di richiamare. E si tratta di conclusioni che emergono anche alla luce dell’indicatore impiegato dalla stessa Corte per misurare il rendimento dell’IVA in un contesto internazionale. Pur con tutti i caveat (in ordine, soprattutto, alla portata dei fenomeni erosivi prodotti dall’applicazione di aliquote ridotte, esenzioni, esclusioni, regimi speciali settoriali), non si può sottovalutare l’anomalia italiana: quella di un rapporto gettito IVA/risorse interne costantemente inferiore a quello degli altri principali paesi della UE, nonostante che l’aliquota ordinaria dell’imposta si sia mantenuta sempre a un livello superiore.

Secondo l’Ocse, l’Italia si collocherebbe al terzo posto fra i paesi dell’area (alle spalle di Turchia e Messico) quanto
a peggiore performance, sulla base di un indicatore rappresentato dal rapporto fra il gettito effettivo IVA e quello
teorico che si genererebbe se a tutta la base imponibile teorica si applicasse l’aliquota ordinaria dell’imposta e non si
verificasse né evasione né erosione (il c.d. VAT Revenue Ratio). L’anomalia del caso italiano emerge anche da un
recente studio pubblicato dalla Commissione europea, da cui emerge che nel 2006 il gettito IVA risultava in Italia del
22 per cento inferiore a quello teorico, contro il 12 per cento del complesso della UE. Parallelamente agli
approfondimenti sull’evasione fiscale , l’analisi economica ha affrontato il più ampio tema dell’economia sommersa.
Di recente, in uno studio diffuso dalla Banca d’Italia, è stata proposta una rivisitazione del metodo di stima
dell’economia sommersa fondato sull'ipotesi che gli scambi al di fuori dell'economia regolare siano realizzati in larga
misura attraverso il ricorso al contante per evitarne la tracciabilità. Dai risultati si evince che nel periodo 2005-2008
l'incidenza media dell'economia sommersa è stata pari al 16,5 per cento del Pil; il dato corrispondente per le attività
illegali (l’altra componente dell’economia irregolare) è risultato uguale al 10,9 per cento, Banca d’Italia, “ La
misurazione dell’economia sommersa attraverso l’approccio della domanda di circolante: una reinterpretazione
della metodologia con un’applicazione all’Italia” di G. Ardizzi, C. Petraglia, M. Piacenza e G. Turati. Temi di
discussione n. 864, aprile 2012.